Un sabato di un inverno qualunque di questi anni ingrati, in un teatro di provincia. Una coppia di teatranti in crisi, Marisa e Carlo, apparentemente fermi all’ultimo giro di boa della loro carriera e forse anche del loro matrimonio, si ritrovano rinchiusi per un intero fine settimana in un teatro destinato a chiudere. Con loro due sgraditi ospiti inattesi: l’assessore alla cultura di un paese incaricato di sequestrare loro lo spazio e il suo tirapiedi addetto alla comunicazione. Questi ultimi, introdottisi di soppiatto nel teatro, rimangono, loro malgrado, faccia a faccia con i due attori. Nell’impossibilità di lasciare lo stabile fino al lunedì seguente, giorno dello sgombero, saranno costretti a dividere gli spazi per due giorni e due notti tra ostilità, infuocate discussioni, minacce e tentativi di corruzione. I due mondi, quello degli artisti e quello dei burocrati, sembrano apparentemente lontanissimi ma le maglie della realtà del nostro tempo sono sfilacciate a tal punto da mischiare le carte fino a mostrare gli aspetti più miserevoli dell’animo umano, lasciandone in bella mostra il lato più comico. Nella nostra società, devota solo all’apparire e alla vacuità del successo, c’è ancora qualcosa di incorruttibile, esiste qualcuno sulla faccia della terra che non ambisca ad essere comprato al prezzo più alto? Oppure il concetto di arte è solo un luogo comune, romantico e superato, buono solo per esaltare chi in realtà ha già fatto il suo prezzo?
“Dicono che le donne, a differenza degli uomini, scrivano solo del piccolo mondo che conoscono e quasi mai di grandi temi universali. Questo fatto mi è tornato alla mente quando ho visto che stavo scrivendo di un universo molto limitato e che conosco molto bene, quello dei teatranti, seppur raccontando di una circostanza contraria (per fortuna) a quella vissuta sulla mia pelle ma tragicamente frequente nella nostra società: lo sgombero di uno spazio culturale. Ho quindi cominciato a far comparire personaggi totalmente immaginari, un assessore alla cultura e il suo addetto alla comunicazione, con caratteristiche apparentemente assurde per il ruolo a loro dedicato; ma più andavo aggiungendo particolari, più mi accorgevo che la verità della vita veniva fuori sulla carta, con irruenza e senza il minimo pudore di sembrare esagerata o grottesca. E questo perché dal parlarsi di questi personaggi sono inevitabilmente usciti discorsi che tutti, in qualche modo, abbiamo sentito in questi anni nelle tv e sui social, a proposito dell’inutilità dell’arte nella vita della gente (dichiarata in modo più o meno velato, a seconda dei governi), del calo vertiginoso delle nascite, ma anche dell’importanza del lavoro, tanto sbandierata dalla stessa società che incita i giovani a sbrigarsi a trovarsi un posto qualsiasi che li tenga a riparo dalla disoccupazione, anche a costo di ignorare i loro sogni, o, per citare uno dei personaggi, il loro daimon. Questi e molti altri temi scaturiti dall’assurdo incontro tra due emisferi lontanissimi, quello dei burocrati e quello degli artisti, sono diventati metafora del mondo distorto nel quale viviamo: un mondo in cui nutrire la propria vocazione può essere motivo di vergogna sociale, in cui avere il desiderio sacrosanto di essere governati da qualcuno che ne sappia più di noi e che non ci inganni con la manipolazione delle notizie, ci possa far apparire ridicoli e poco in contatto con la realtà. E, mentre mi avvicinavo a grandi passi alla fine della vicenda, mi accorgevo che queste quattro anime, alle prese con una trama apparentemente troppo poco universale per interessare tutti, forse se la sarebbero cavata perché la realtà della vita è sempre talmente tragica da far morire dal ridere tutti quelli che la ascoltano. E, se il tormentone a cui tutti i teatranti del mondo devono sottostare da sempre, quando propongono un loro lavoro ai direttori dei teatri e agli assessorati alla cultura, è “bello che faccia pensare, ma fa anche ridere?” allora ce la siamo cavata tutti quanti, attori, autori e personaggi, in barba ai luoghi comuni sul fatto che l’arte e la cultura siano questioni noiose e che le donne scrivano solo di piccole cose.”
Ottavia Bianchi

BASTAVA LEGGERE
Di Ottavia Bianchi
Con
Ottavia Bianchi
Gianni Ferreri
Giorgio Latini
Luca Mascolo
Regia Giorgio Latini
ORARI
Venerdì 13 marzo ore 20:00
Sabato 14 marzo ore 20:00
Domenica 15 marzo ore 17:00
BIGLIETTI
Intero 15€
Ridotto 10€
ABBONAMENTI
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